Il non parlarsi non affratella

Lo spettacolo si apre con un commento alle foto dei campi coltivati di Diol Kadd (villaggio del Senegal in cui opera l'associazione “Takku Ligey” coordinata dal regista e attore Mandiaye N’Diaye) ed una proiezione di un video girato in Senegal durante il rito di un battesimo. Subito dopo parte lo Spettacolo di teatro-danza “Il non parlarsi non affratella” tratto dal testo “Gli stranieri portano fortuna”, Marco Aime, Lawa Tokou, Epochè Edizioni, Milano, 2000. Le parole di Lawa, un griot moderno che vive a Natitingou, nel Benin settentrionale, ci rendono partecipi della saggezza del suo popolo, i taneka, attraverso una serie di racconti orali tramandati di generazione in generazione. Marco Aime li ha trascritti alternandoli con i suoi appunti di viaggio in questo paese, che frequenta da diversi anni, offrendo così uno sguardo sui rapidi cambiamenti e le contraddizioni in cui si muove l’Africa attuale, dove è quasi impossibile tracciare una linea fra tradizione e modernità. Così, la lepre, la radice, la moglie gelosa, l’uomo che voleva sposare la figlia del re sono tra i personaggi che animano le storie di Lawa sui valori della vita, immutabili a prescindere dal tempo e dal luogo, ma raccontati in un contesto sociale in forte evoluzione. Regia: Silvia Lodi, Stefania Mariano Ideazione: Antonio Aresta Musiche: Meissa Ndiaye Interpreti: Silvia Lodi, Stefania Mariano, Egle Calò, Annalisa Greco, Irene Tommasi, Marta Vedruccio. Durata: 45 min’

Interno Notte

"Ha una sua solitudine lo spazio, solitudine il mare e solitudine la morte – eppure tutte queste son folla in confronto a quel punto più profondo, segretezza polare, che è un'anima al cospetto di se stessa: infinità finita." Emily Dickinson Fonte di ispirazione sono i quadri di Edward Hopper, con i suoi ritratti della solitudine. In scena due donne, due corpi, due segni, due solitudini; forse è la stessa donna, lo stesso corpo, un unico segno della medesima solitudine. Movimento e voce si rincorrono, si danno spazio l'un l'altro per arrivare a coincidere in un unico sguardo, espressione di un mistero incomunicabile. L'idea è una scansione filmica di immagini che compongono una porzione di vita quotidiana. Il lavoro si basa sul tentativo di unire due linguaggi, in scena una danzatrice e un'attrice, quindi danza e teatro ma in maniera scarna ed essenziale. Così come le luci sono pensate per essere prodotte da semplici tagli, in parte manovrate in scena; e la musica vuole essere l'idea di un suono/rumore presente nella testa, prodotto da registratori a cassetta azionati dal vivo. Pochi elementi, un tavolino, due sedie, due abat jour. E' un interno, una casa, una stanza, luce bassa. Il tentativo è quello di ridurre al massimo le operazioni tecnologiche esterne, ma tutto si svolge e viene azionato dall'interno. Regia: Silvia Lodi, Stefania Mariano Ideazione: Silvia Lodi Musiche: Autori vari Interpreti: Silvia Lodi e Stefania Mariano Durata: 30 min’